Qui a Seoul in questo albergo meraviglioso con i concierge con il colbacco,  favolose donne coreane dai lunghi capelli neri danzano quando camminano. Pare che per sembrare delle regine si facciano spezzare le gambe e segare le mascelle. La bellezza in Corea non ha prezzo.  La colazione sembra il banchetto degli Dei, un massaggio costa quasi quanto un affitto e tutti parlano un inglese perfetto. Ma poi quando parla un occidentale non capiscono. Fanno sì con la testa e poi sbagliano comanda. Poi vai a cena nel fast food e loro parlano un po’ meno inglese, fanno sì con la testa e poi sbagliano comanda. Poi c’è Jessica. Sta alla reception.

Le chiedo dove posso prendere una lezione di ping pong da un maestro coreano. Lei sorride e capisce. Capisce tutto e dopo un minuto ho in mano una fotocopia con una cartina e tante scritte coreane.

Prendo il taxi. Il taxista ha cent’anni e si addentra in vicoli sperduti dove come nei film ti aspetti arrivi il tagliagole coreano e domani gli altri non ti trovano più. Si perde. Poi telefona e si ritrova.

Mi porta davanti ad uno scantinato buio dove la rassicurante immagine di Timo Boll in mezzo a dieci atleti coreani mi fa capire che sono nel posto giusto. Entro ed è tutto buio. Ma ci sono dei tavoli. Niente di diverso dallo squallore di alcune palestre di scuole in cui giochiamo il campionato a Roma. Incontro uno che parla solo coreano, tiro fuori la racchetta e lui tira fuori la sua Siri coreana. Le dice qualcosa in coreano e sul display appare: “are you here to play ping pong?” e manda un messaggio all’omino dalla chiave magica.
Vecchio e sdentato arriva con la chiave in mano e un gran sorriso, parla ancora meno inglese di Siri. Ma riusciamo a capirci e ci mettiamo d’accordo sul prezzo.Fa freddo ma io penso che la vita sia meravigliosa. Non vorrei essere in nessun altro posto che in questo scantinato malconcio.Poi arriva il mio istruttore: l’unico coreano formoso che ho incontrato. Gli altri tutti a dieta. Forse i grassi li eliminano?

Ma lui non parla niente. E non ha neanche Siri. Mi sistema i piedi, la racchetta in mano e mi tira 4000 (4000 vere) palline di dritto. Una ogni quattro secondi. Ogni tanto a gesti mi dice che sto sbagliando. Parla molto meno di Luca Lizio, ancora meno di Sergio Ceci , ancora meno di Eliseo Litterio che già mi insegna usando immagini che perfino io capisco.

Lui non parla, tira 4000 palline. Le ultime 500 sono i più bei dritti che ho mai tirato. Poi smette. La lezione è finita. E se provassimo col rovescio? Lì sono proprio una sega…Altre 4000 palline. Finalmente capisco in cosa consiste la tenacia coreana di cui parlavano in quella riunione.

Mi metto la tuta, lo pago, faccio qualche foto. La felicità talvolta non ha bisogno di parole.

Poi torno nel quartieri dei ricchi. Dove vive il signor Samsung che ha comprato alla moglie un museo. Mentre cammino per tornare in albergo è notte. Alzo gli occhi al cielo. Per cercare le stelle. E vedo la luce. All’ultimo piano di un grattacielo illuminato decine di ombre agili si muovono attorno ai tavoli. A Seoul si gioca a ping pong ovunque all’inferno e in paradiso. Abbasso gli occhi. Poi guardo di nuovo ed è tutto bellissimo.

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